Piero Manzoni e il “ Nouveau réalisme”: la protesta neodadaista.

Il 21 Maggio del 1961 nacque una collezione d’arte particolarmente “insolita”, seppure strettamente correlata al concetto di vita quotidiana, pertanto ai suoi meccanismi commerciali e, nondimeno, sociali.

L’artista Piero Manzoni (Soncino, 13 luglio 1933 – Milano, 6 febbraio 1963) sigillò novanta barattoli di latta, di uso generalmente alimentare, sui quali adattò sistematicamente un’etichetta con il titolo Merda d’artista (tradotta in varie lingue) e su di essa le varie informazioni sul prodotto: il suo peso netto, il suo metodo di conservazione, il numero progressivo del barattolo, ecc.

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Così facendo, Manzoni , volle alludere al valore intrinseco dell’artista che, offrendo la sua opera, inevitabilmente propone una parte di sé stesso.

È proprio qui il nucleo del discorso che risiede nel Nouveau Réalisme: la figura dell’artista ed il suo valore.

Questa accezione conduce a varie riflessioni:

L’artista non solo offre la sua figura, facendo sprofondare la propria opera in sé stessa, ma è soprattutto a causa della sua immagine che ciò avviene: la notorietà dell’artista, il culto del soggetto, sommergono la sua stessa arte.

Dunque si tratta di una vera e propria protesta, poiché egli comprende che non è a causa sua che ciò avviene, ma a causa della società contemporanea.

Con questa opera, Manzoni, volle accendere una luce chiarificatrice sui meccanismi e le contraddizioni dell’arte contemporanea in un periodo particolarmente intenso, quale il boom economico degli anni ’60 che spronava gli artisti ad una produzione seriale ed assetata di denaro.

Un’altra importante prospettiva deriverebbe dalla produzione di tale opera, ossia dalla sua origine. Si tratterebbe di una metafora sull’origine profonda del prodotto dell’artista.

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La questione, se vogliamo, più ironica risiede nel valore economico che successivamente ha assunto Merda d’artista, dimostrando che la teoria manzoniana non si è rivelata affatto infondata.

Angela Cerasino per L’isola di Omero

Il 25 aprile è il senso della Liberazione d’Italia.

Il 25 aprile di ogni anno ricade l’anniversario della Liberazione italiana dalle truppe nazifasciste.

Per il raggiungimento di questo obiettivo è stato essenziale l’apporto fornito dalle truppe partigiane occupate nella Resistenza.

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Il ventennio che aveva visto l’Italia sopperire sotto la morsa di un regime totalitario, e soffocata dall’alleanza folle con il nazionalsocialismo tedesco di Hitler, stava per finire. Un periodo buio per la storia d’Europa che aveva portato alla guerra, alla soppressione dei diritti individuali, e alla fame.

Il 25 aprile del 1945 è stato il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) decise di proclamare l’insurrezione nei territori occupati dai nazifascisti.

La proclamazione, inoltre, prescrisse la condanna a morte di tutti i gerarchi fascisti, tra cui ovviamente quella di Benito Mussolini. Quest’ultimo, infatti, fu raggiunto e fucilato tre giorni dopo.

Il CLNAI, che aveva sede a Milano, era presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini (futuro Presidente della Repubblica) e Leo Valiani.

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Sandro Pertini

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La ”Notte stellata” di Vincent Van Gogh: la più visionaria notte della storia dell’arte

Vera e propria icona della pittura occidentale, la Notte stellata rappresenta uno fra i dipinti più famosi del pittore olandese, realizzato mentre si trovava nell’Istituto psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence.

Van Gogh aveva deciso di ricoverarsi l’8 maggio del 1889 in seguito ad un esaurimento nervoso, e dopo alcune vicissitudini personali poco piacevoli. Poco tempo prima si era trasferito nella cittadina francese di Arles insieme al suo amico fraterno Paul Gauguin, per far sorgere una nuova scuola artistica; ma le loro personalità si rivelarono ben presto incompatibili. Infatti molto noto è l’episodio in cui Van Gogh, in seguito ad una discussione con Gauguin, si tagliò un orecchio.

Autoritratto di Van Gogh

La Notte stellata è un quadro risalente al 1889. Ciò si evince dalle indicazioni contenute in una lettera che l’artista aveva indirizzato al fratello Theo. Probabilmente l’autore deve aver immortalato il cielo delle sere tra il 23 maggio e il 19 giugno, cioè il periodo in cui Venere era l’unica stella luminosa visibile.

Il dipinto

Sotto ad un cielo costellato di stelle, con una falce di luna in alto a destra, il pittore dipinge un paesaggio di campagna. Tra i dettagli notiamo delle casette con delle finestre illuminate, ed una chiesa con un alto campanile e un fitto bosco; mentre in basso a sinistra la continuità del paesaggio è interrotta da un grosso cipresso.

Notte stellata

La composizione del quadro è semplice: il cielo notturno occupa circa due terzi dello spazio della tela, mentre il terzo rimanente è occupato dal borgo e dalle colline ad esso retrostanti. Vi è un forte contrasto tra il caos del cielo e il tranquillo ordine del villaggio. Il cipresso crea un fiammeggiante collegamento tra la terra e il cielo, tra la vita e la morte: più che un albero sembrerebbe quasi una fiamma che divampa all’improvviso alla ricerca dell’infinito.

La tecnica

Van Gogh ha utilizzato brevi pennellate modellanti di colore materico, attraverso cui la matrice pittorica appare progressivamente sempre più tormentata. Egli ha usato colori puri, violenti, contrastanti tra loro. Tra i vortici del cielo della notte solo le stelle rappresentano dei punti fermi, attorno a cui far gravitare non solo il colore ma anche i suoi pensieri.

Il cipresso, in primo piano, assume la forma di una grande fiamma di colore scuro, e il cielo è dipinto sotto forma di vortici di nubi che lasciano aloni luminosi attorno sia alle stelle che alla luna. Le case e gli alberi, invece, diventano sempre più piccoli in lontananza.  Il blu e l’azzurro creano un’atmosfera insolita e sospesa, e il buio della notte è illuminato da bagliori violenti e da una forte energia cosmica. Il pianeta Venere rappresenta la stella più luminosa; infatti, in una lettera indirizzata al fratello, Vincent la definisce la “stella del mattino”.

Il pittore olandese in tutti i suoi lavori ha sempre lavorato più volte sullo stesso soggetto per trovare il modo migliore di stendere il colore, preparando bozzetti e disegni preparatori, e ha seguito la strada del suo amico fraterno Paul Gauguin, importante esponente dell’astrattismo.

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In questo dipinto è come se la natura, il cielo e la notte colmassero il suo desiderio di infinito. Ma la notte di Vincent non è reale, poiché dalla stanza dell’ospedale psichiatrico in cui si trovava non  poteva ammirare questa prospettiva; dunque, sicuramente l’immagine che rappresenta è risalente a qualche ricordo della sua infanzia.

La quiete della terra assopita si contrappone con l’energia pulsante del cielo notturno pieno di stelle.

In una lettera al fratello Theo, Van Gogh scrive: “ Spesso penso che la notte sia più viva e più riccamente colorata del giorno”.

Dove si trova il dipinto?

Van Gogh era molto legato a questo quadro, anche se pensava che non fosse uno dei suoi lavori migliori. Per questo motivo non lo spedì mai a suo fratello. Ma in seguito alla sua morte (si sarebbe suicidato in un campo di grano) e di quella di Theo, avvenuta a soli sei mesi di distanza, tutti i dipinti finirono nelle mani della vedova Jo, moglie di Theo, che decise di venderli. Fra i vari compratori, nel corso degli anni, l’ultimo fu Paul Rosenberg, che nel 1941 decise di portarla a New York.

Attualmente la Notte stellata è esposta al Museum of Modern Artr (MoMA) di New York.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

La rubrica del borgo. Cefalù, un concentrato di storia e bellezza.

Cefalù è un comune italiano di circa 14.300 abitanti situato ai piedi di un promontorio roccioso, in provincia di Palermo, in Sicilia.

Il borgo, sviluppatosi attorno al Duomo, ha mantenuto il suo assetto medievale, con le strade strette del centro storico, pavimentate con i ciottoli della spiaggia e il calcare della Rocca di Cefalù.

All’esterno si può ancora ammirare una parte della cinta muraria megalitica, risalente al V secolo a.C., che ha reso il territorio un funzionale avamposto greco.

      Particolarmente caratteristico è a anche il borgo marinaro, con le case antiche che fronteggiano il mare. Nel periodo bizantino la città infatti, per proteggersi, si trasferì sulla Rocca, dove ancora oggi si possono ammirare i resti di alcune strutture caratteristiche.

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In seguito alla conquista degli Arabi nel 858 d.C., Cefalù fu annessa all’emirato di Palermo fino al 1063, ma dopo il 1131 i Normanni la ricostruirono in riva del mare.

Fu infine annessa al Regno d’Italia nel 1870. Fuori dai confini del centro storico, il nucleo urbano si è esteso a cavallo della piccola area pianeggiante che separa la rocca dal resto del sistema collinare della costa.

Luoghi caratteristici

Il Duomo di Cefalù

Secondo una leggenda, sarebbe sorto in seguito ad un voto fatto dal re normanno Ruggero II, scampato ad una tempesta ed approdato sulle spiagge della cittadina; ma la vera motivazione è in realtà di natura politico-militare, dato il suo carattere di fortezza.

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L’edificio, in stile arabo-normanno, è affiancato da due torri; esso non venne mai completato in modo definitivo, e il progetto iniziale non fu rispettato. Venne fondato nel 1131, e nel 1145 vennero realizzati i mosaici nell’abside e sistemati i sarcofagi che Ruggero II aveva destinato alla sepoltura sua e della moglie, poi spostati.

La pianta della chiesa è a croce latina, suddivisa in tre navate sorrette da colonne di marmo.   

 Collegato al Duomo troviamo un esempio molto rilevante di scultura medievale in Sicilia, il chiostro, in cui possiamo ammirare delle colonne binate sormontate da capitelli figurati.

La Rocca           

Sulla sua vetta si può godere di un panorama mozzafiato con vista sul Mar Tirreno. Qui si trova un meraviglioso edificio megalitico sorto tra la fine del V e gli inizi del IV secolo, il Tempio di Diana, un santuario sovrastato da lastre di pietra dolmen ospitanti una cisterna risalente al IX secolo a.C.

Mentre sul versante settentrionale, è possibile trovare tracce preistoriche della cittadina nelle due grotte, identificate delle Giumente e delle Colombe.

Il Museo Mandralisca

Esso conserva un immenso patrimonio artistico, e comprende oltre alla pinacoteca, una notevole collezione archeologica, e oggetti di prestigio appartenuti alla famiglia Mandralisca.

Conserva due importanti opere: il magnifico Ritratto d’Uomo, opera attribuita ad Antonello da Messina, e il Cratere Siceliota a figure rosse su fondo nero detto del Venditore di tonno.

Curiosità

In Agosto si svolge la Festa del Santissimo Salvatore, patrono di Cefalù, con festeggiamenti religiosi e musicali, compreso il Palio delle Barche. Le manifestazioni comprendono una solenne processione a mare ed il Trionfo del re, festeggiato con la partecipazione di cavalieri, musicisti, danzatori, mimi, attori e figuranti.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Frida Kahlo: il potere di una donna tra realtà e leggenda

Non si può comprendere l’arte di  Frida Kahlo senza conoscere la sua vita. Affetta da schiena bifida, rimase gravemente ferita in  un incidente che la coinvolse quando aveva 18 anni. A cause delle numerose fratture, dovette subire 32 interventi che la portarono a trascorrere diversi mesi immobilizzata a letto ed è proprio in questo periodo che iniziò a dipingere autoritratti e consolidò il suo percorso introspettivo, che rese visibile attraverso un ampio apparato simbolico.

Iconico della sua arte è  Autoritratto con collana di spine e colibrì, realizzato nel 1940, dopo un periodo di crisi con il marito, il muralista Diego Rivera.


Autoritratto con collana di spine e colibrì

La posa è frontale, il mezzo busto si staglia su uno sfondo anti – naturalistico, mentre il collo è stretto e ferito da una collana lignea innestata da spine. La corona di Cristo, simbolo di penitenza e di dolore, è indossata da Frida e le trafigge il collo, facendolo sanguinare, mentre il difficile rapporto col marito, fatto di tradimenti da ambo le parti, viene raffigurato con il colibrì, simbolo della prigionia affettiva nella quale Frida si sentiva costretta. Nessuna emozione traspare dal volto della pittrice: su di lei regna l’apatia, la compostezza di chi si arrende e accetta la sua situazione. La scimmia alle sue spalle rappresenta invece il figlio tanto cercato e mai arrivato, mentre gli altri animali sono visualizzazioni del male e dell’aspirazione alla libertà dalla sofferenza fisica e psicologica.

Affetta da irsutismo, Frida Kahlo non ha mai cercato di eliminare la peluria che le ricopriva il volto, esibendola nei suoi autoritratti come tratto distintivo e manifestazione della componente caratteriale maschile, parte integrante del suo essere femminile.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

La “Flagellazione di Cristo” agli occhi di Caravaggio: una sinuosa danza non convenzionale

Conservato presso il Museo Nazionale di Capodimonte, questo monumentale olio su tela, fu realizzato fra il 1607 ed il 1608 dal grande Michelangelo Merisi, fuggito a Napoli.

Il dipinto si presenta in tutta la sua magnificenza e con ciò non si vuole alludere esclusivamente alle sue dimensioni fisiche (286 x 213 cm), bensì alla profondità del contenuto che Caravaggio volle sublimare, seppur con ricorrenti incertezze durante la sua realizzazione.

Una prima veloce analisi farebbe ricadere l’attenzione sulla luce o, meglio, sul modo in cui è distribuita. Essa si rivolge verso il corpo di Cristo, avvolgendo nell’oscurità il luogo, ma in maniera più decisa gli aguzzini del Signore. Questo non fu un buon periodo per l’artista, poiché, appunto, quello a Napoli non si presentò come un soggiorno. Caravaggio fu costretto a rifugiarsi a Napoli per evitare l’arresto per l’omicidio di Tomassoni.

Si può, dunque, addurre che l’utilizzo del buio, del tetro, figurasse il suo reale stato d’animo. Tuttavia, questa prima interpretazione dell’opera non è del tutto completa. Semplicemente, attraverso questi giochi di luce, egli volle sottolineare il fatto che i torturatori, a differenza di Gesù, stavano agendo in nome del peccato, dell’oscurità. Raggiante è, d’altro canto, il corpo di Cristo.

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Proseguendo con un’attenta analisi, però, si comprende che il dipinto propone più volte il tema della diversità fra gli aguzzini e Cristo. Attraverso l’espressione facciale dell’oscuro personaggio (gli altri due si intravedono soltanto) , ad esempio, è possibile notare quanto egli sia privo di una qualsiasi umanità e quanto la violenza e la rabbia lo abbiano assuefatto contro la sua volontà.

Al contrario, com’è reso evidente, il volto di Gesù è completamente abbandonato a sé stesso. Egli è inerme, la sua sofferenza è contenuta ed il capo chino potrebbe essere sinonimo di umiltà d’animo. Nonostante gli intelligenti utilizzi della luce e le volute espressioni facciali, il dipinto non si arresta e porta all’occhio dell’osservatore un’ulteriore considerazione. Il corpo anatomicamente perfetto di Cristo si eleva in movimenti leggeri, sinuosi, quasi ad inverare una danza; d’altra parte abbiamo, invece, le posizioni statiche dei torturatori, i quali sono tutti in procinto di commettere violenza, eppure è come se questa impossibilità, questa vera e propria interruzione, fosse voluta.

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Non tutti sanno, però, che Caravaggio volle rappresentare il dramma in due opere differenti fra loro e oggi molto distanti geograficamente.

L’opera di cui abbiamo finora trattato sembrerebbe essere la seconda delle due tele intitolate La Flagellazione di Cristo. La prima, attualmente, è conservata presso il Musée des Beaux Arts a Rouen.

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Prescindendo dalla scelta della tela stessa (una verticale, l’altra orizzontale), le differenze che percorrono i dipinti non sono affatto poche. Tuttavia, è proprio questo che gli ha permesso, come affermato prima, di sublimare il suo messaggio nella seconda interpretazione.

Angela Cerasino per L’isola di Omero

Il Cenacolo di Leonardo: quando anche i geni possono sbagliare

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Conservato nel refettorio della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano, ‘’Il Cenacolo’’ di Leonardo da Vinci (il quale ci lavorò dal 1494 al 1497), è stata, sicuramente una tra le opere più travagliate della storia dell’arte, in particolar modo per ciò che ne concerne il restauro. Difatti, l’esigenza di un continuo intervento è dovuta alla tecnica utilizzata dall’artista toscano con cui realizzò l’opera: vale a dire, tempera mista su gesso.

Il perché di questa scelta è facilmente intuibile: Leonardo volle sperimentare questa tipologia pittorica per sostituire e superare ciò che la tecnica ad affresco limitava. L’esperimento però, ebbe esiti negativi. La tecnica si rivelò infatti molto fragile e particolarmente soggetta a deterioramenti dovuti all’umidità, tanto da essere descritta, dopo soli settant’anni dalla realizzazione, da Giorgio Vasari, in visita a Milano, come “una macchia abbagliata”.

Infatti, col passare dei secoli, si susseguirono gravi conseguenze che peggiorarono la situazione, come la continua premura da parte di pittori anche poco dotati di ridipingere il dipinto laddove vi erano danneggiamenti, fu una di queste e portarono ad una continua ed inesorabile sovrapposizioni di “falsi” sull’originale.

Con l’ultimo restauro, durato dal 1977 al 1999, ad opera di Giuseppina Brambilla Barcilon, si è cercato di asportare tutte le ridipinture per ritornare all’opera originaria, con integrazioni leggere laddove illeggibile. 

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Per quanto riguarda il tema iconografico raffigurato, è forse uno tra i più noti del Vangelo: il momento in cui Cristo rivela il tradimento di uno di loro. Un momento tragico, impresso per sempre su una parete e nelle espressioni dei personaggi: ed ecco che c’è chi si alza, chi si avvicina, chi si stupisce e meraviglia, chi con sgomento e confusione si agita.

Il tutto è ambientato in un’ingegnosa prospettiva che vede come fulcro la figura di Gesù, incarnando anche l’illusione dello spazio dietro di lui, come se ci stesse rendendo partecipi alla mensa.

Antonella Buttazzo per L’Isola di Omero


Notre-Dame: ricostruire la bellezza. Un passo indietro alle sue origini

L’incendio che il giorno 15 aprile 2019 ha devastato gran parte della celebre cattedrale parigina, ha infranto i cuori di molti appassionati d’arte (e non solo). Ripercorriamo insieme la storia che ha portato alla nascita del luogo che bisognerà ripristinare a tutti i costi, nel più breve tempo possibile.

La Cattedrale di Notre-Dame è situata nel mezzo della capitale francese. E’ sempre stato uno degli edifici culturali e dei luoghi di culto più visitati di Parigi.

In seguito alla Legge francese sulla separazione tra Stato e Chiesa del 1905, l’edificio è proprietà dello Stato francese, come tutte le altre cattedrali fatte costruire dal Regno, anche se il suo utilizzo è assegnato alla Chiesa cattolica.

Prima della sua costruzione, nel territorio in cui oggi sorge la cattedrale, si trovava un tempio pagano dedicato a Giove, frutto della ricostruzione di Lutezia da parte di Caio Giulio Cesare dopo la resa di Vercingetorige del 52 a.C.

Precedentemente all’edificazione dell’odierna cattedrale, ne fu realizzata un’altra dedicata a santo Stefano. Essa era un edificio a cinque navate con delle colonne marmoree, che si posizionava più a ovest rispetto al punto attuale. Era adiacente al battistero dedicato a san Giovanni Battista, poi demolito nel ‘700.

Il 12 ottobre del 1160 Maurice de Sully diventò vescovo di Parigi. Quest’ultimo promosse la realizzazione di un luogo di culto nuovo e più grande, e così nacque Notre-Dame.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La rubrica del borgo. Vernazza, il fiore all’occhiello delle Cinque Terre

Vernazza è un borgo italiano di circa 900 abitanti situato nella provincia di La Spezia, in Liguria. Provenendo da occidente, è il secondo dei paesi che costituiscono le Cinque Terre, incastonato in una baia tra i comuni di Monterosso al Mare e Riomaggiore.

Esso racchiude un meraviglioso agglomerato di case dipinte con colori pastello, sentieri immersi nella natura e spiagge rocciose. Le abitazioni sono separate tra loro da un’unica via centrale e, perpendicolarmente, da ripide scalinate dette “arpaie”.

La sua presenza storica risale al 1080, e ancora oggi troviamo traccia del suo notevole livello storico, economico e sociale nella propria conformazione urbanistica e nella presenza di elementi architettonici come porticati, logge e chiese.

In passato, il borgo fungeva da base militare/navale per i Marchesi Obertenghi nella loro opera di difesa della costa dalle incursioni dei pirati saraceni che, spesso, devastavano le località costiere. Fu  il punto strategico di Genova per la conquista della Liguria, a cui forniva le flotte, i soldati ed il porto, fino a quando fu definitivamente sconfitta da Pisa.

Luoghi simbolo

La Chiesa di Santa Margherita d’ Antiochia è il monumento storico più rilevante del borgo. Costruita presumibilmente nel XI – XII secolo in stile romanico, assunse lo stile barocco, per poi tornare alle origini dopo una ristrutturazione.

Come narra una famosa leggenda, questa chiesa su costruita nel medesimo luogo dove fu ritrovato lo scrigno del tesoro contenente le ossa di Santa Margherita, nominata poi patrona di Vernazza.

La Chiesa originaria aveva tre ampie navate con altrettante absidi, ma, durante un ampliamento avvenuto tra il XV e il XVII secolo, la sua facciata medievale venne distrutta. Successivamente venne rivisitata e, i propri interni furono rivestiti in stile barocco, la copertura in legno fu sostituita con delle volte e  la torre campanaria fu sopraelevata (oggi ha una forma ottagonale ed è alta 40 metri). All’interno della struttura sono custodite due tele del seicento e un crocifisso in legno attribuito alla scuola dello scultore genovese Anton Maria Maragliano.

Nel piccolo  borgo possiamo anche ammirare una tipica fortezza medievale, il Castello dei Doria, alto circa 70 metri e costruito sul costone roccioso.

Torre Belforte

Si ritiene che sia stato edificato nel XI secolo durante il dominio degli Obertenghi. La sua torre principale, Belforte, è diventata il simbolo del comune. Questa torre cilindrica rappresenta la parte più antica, eretta a difesa della città come punto di osservazione di tutta la costa.

Curiosità

Ogni anno si può assistere alla Festa dei Pirati. In questa occasione gli abitanti si travestono ed, accompagnati da un gruppo di percussioni chiamati “Batebalengo”, invadono la città proprio come facevano i pirati saraceni durante le loro incursioni secoli addietro.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero



Isabella d’Este, la donna più autorevole del Rinascimento

«D’opere illustri e di bei studî amica,
Ch’io non so ben se più leggiadra e bella
Mi debba dire, o più saggia e pudica,
Liberale e magnanima Isabella,
Che del bel lume suo dì e notte aprica
Farà la terra che sul Menzo siede»

(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso XIII, 59)

Isabella d’Este, ricordata con il termine ”magnanima” da Ludovico Ariosto nell’Orlando Furioso, appare come una delle figure più carismatiche ed iconiche del Rinascimento. Mecenate delle arti, fu la reggente del Marchesato di Mantova, durante l’assenza del coniuge Francesco II Gonzaga.

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Isabella d’Este (Ferrara, 17 maggio 1474 – Mantova, 13 febbraio 1539)

Fra gli episodi più conosciuti e significativi della vita di Isabella è noto l’incontro avvenuto nel 1500 a Milano con il re di Francia Luigi XII. La celebre donna riuscì a convincere il sovrano a non inviare le proprie truppe contro Mantova.

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Francesco II Gonzaga (Mantova, 10 agosto 1466 – Mantova, 29 marzo 1519)

La formazione culturale della duchessa fu decisamente intensa. Basta pensare che da piccola riusciva a tradurre agevolmente sia il greco che il latino. Si dice anche che fosse in grado di recitare i versi di Virgilio e Terenzio a memoria.

Da bambina studiò storia romana. Un particolare che con ogni probabilità spiega la passione per le sculture romane, tanto da diventare una collezionista avida di tali opere. Statue che venivano conservate nel suo rinomato studiolo.

La propria formazione culturale l’avvicino a numerosi artisti, che vissero all’interno della sua corta. Si dice che imparò a suonare il liuto dal musicista Giovanni Angelo Testagrossa.

Quando il marito Francesco II fu catturato a Venezia nel 1509, lei prese il controllo delle forze militari di Mantova. Il coniuge venne liberato l’anno successivo grazie all’azione politica di Isabella, che per questo accettò perfino di tenere in ostaggio
il figlio Federico dal Papa Giulio II. La forza assunta dalla donna però fece risentire il marito, tanto che quest’ultimo estromise dalle decisioni successive la moglie. Quest’ultima, infatti, lasciò Mantova per soggiornare a Milano e Napoli.

Isabella tornò a Mantova dopo la porte del marito e assunse il ruolo di reggente del figlio Federico.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero