Venezia ospita “Building Bridges”, la nuova installazione di Lorenzo Quinn

L’artista Lorenzo Quinn ha arricchito Venezia con un’opera dal profondo significato, situata presso l’Arsenale Nord della città.

L’installazione è composta da sei gigantesche coppie di mani, alte ben 15 metri e lunghe 20.

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Vista angolata di Building Bridges (Lorenzo Quinn)

L’idea dell’artista è stata di promuovere la volontà e la necessità di superare qualsiasi forma di diversità presente in ogni ambito della vita: sia essa una differenza geografica, fisica, culturale o emotiva.

Si tratta di un messaggio profondo, che trova in un ”ponte artistico” lo strumento utile a collegare i pensieri, le anime e i cuori degli osservatori. Non a caso l’opera è stata chiamata Building Bridges (2019).

Un’altra opera di Lorenzo Quinn tratta dalla pagina Facebook ”L’isola di Omero

Non è la prima realizzazione di Quinn a Venezia. Nel 2017, infatti, egli ha
 aveva installato delle altre mani (nella foto sottostante) “ a sostegno” di un palazzo vicino alla Ca’ d’Oro, sul Canal Grande. In quel caso il senso del suo lavoro era votato a sottolineare il ruolo di Venezia come città d’arte eterna e al contempo fragile, tanto da aver bisogno del ”sostegno” di tutti, essendo minacciata dai cambiamenti climatici.

Lorenzo Quinn, “Support”

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Torino, Lione e Praga: il triangolo esoterico della magia bianca

Le tre città di Torino, Lione e Praga viste dall’alto costituiscono con i propri vertici una forma geometrica immaginaria, nota con il nome di triangolo della magia bianca.

Quali sono i simboli principali che creano un legame tra queste tre località? Scopriamoli insieme

Torino

Si tratta di una città al centro delle attenzioni degli appassionati di magia, facendo parte (insieme a Londra e San Francisco) anche del vertice del triangolo della magia nera. Come mai? L’incrocio tra i fiumi Po e Dora nei pressi di Torino richiama esotericamente all’incarnazione del Sole e della Luna, proprio in prossimità del
45° parallelo.

Quali sono i simboli esoterici presenti a Torino ?

Il primo è senza ombra di dubbio la Fontana dei Tritoni dietro Piazza Castello, posta a confine tra la città bianca e quella dai risvolti tenebrosi, dove un tempo avvenivano le condanne a morte. In secondo luogo, non si può dimenticare la Gran Madre: la chiesa al cui ingresso sono poste due statue, simboleggianti la Fede e la Religione, che secondo una leggenda orienterebbero il loro sguardo laddove sarebbe nascosto il Sacro Graal. Altro aspetto rilevante è il fatto che Torino conserva la Sacra Sindone, ovvero il velo riconosciuto come il tessuto funerario in cui fu avvolto il corpo di Cristo.

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Fontana dei Tritoni a Torino

Lione

Questa città rappresenta una tappa di estremo rilievo lungo la via Podense, ovvero una delle quattro strade principali di pellegrinaggio francese lungo il Cammino di Santiago di Compostela. Inoltre, Lione è stata la città frequentata da diversi membri di logge massoniche, come Giacomo Casanova (1750).

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Ritratto di Giacomo Casanova (Venezia, 2 aprile 1725 – Duchov, 4 giugno 1798)

Venticinque anni dopo Casanova, sempre a Lione, l’alchimista Cagliostro diede vita alla prima Loggia di Rito Egizio connesso al segreto delle piramidi.

Praga

Nel 1500 Praga era governata dal regno di Rodolfo II, uno dei maggiori appassionati del tempo in materia esoterica e magica. Sono rinomate le sue frequentazioni con i maggiori studiosi ed esperti di magia, tra cui Tycho Brahe, Giovanni Keplero, John Dee, Michael Sendivogius ed Edward Kelly.

Una leggenda del luogo racconta come Rodolfo II portasse gli alchimisti al Vicolo d’Oro del castello, ordinandogli di ricercare in ogni modo, anche il più disumano, la formula che tramutasse il metallo in oro. Per questo ed altri episodi venne considerato folle e quindi deposto.

Tra i simboli di spicco, l’Orologio Astronomico presente in città pare ricco di riferimenti esoterici. L’opera richiama ripetutamente il numero 4, cifra relativa agli elementi della natura, della terra, dell’acqua, del fuoco e dell’aria, imprescindibili nei rituali pagani.

La foto dell’Orologio di Praga tratta dalla Pagina Facebook ”L’isola di Omero

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La Piramide di Cheope

La Piramide di Cheope, nota anche come Grande Piramide di Giza, è la più antica e la più grande delle tre piramidi principali della necropoli di Giza.

Gli esperti del settore ritengono che tale piramide sia la tomba del faraone Cheope (IV dinastia). Inoltre, si afferma che la data di costruzione sia riconducibile approssimativamente intorno al 2560 a.C.

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La Piramide di Cheope ( 2560 a.C.)

Secondo alcune ipotesi, il progettista dell’opera fu l’architetto reale Hemiunu. Altri studi hanno affermato che l’altezza originale della piramide dovesse essere di 146,6 m, poi ridottasi a 138,8 m a causa dei fenomeni atmosferici.

La scoperta sul trasporto dei materiali per la costruzione:

Una equipe di studio franco-egiziana ha recentemente scoperto come, con molta probabilità, siano state trasportate le pietre che hanno permesso la realizzazione della Piramide di Cheope.

E’ stato certificato il rinvenimento di alcune tracce di una rampa in una antichissima cava, utilizzata dagli Egizi per trasportare il materiale utile alle edificazioni.

La predetta cava si trova nel sito archeologico di Hetnub, a sud-est di Amarna. Essa, sulle parti esterne, è costituita da gradini e da resti di fori. Quest’ultimi con ogni probabilità furono usati per mettere al loro interno dei pali di legno, così da renderne più facile lo spostamento.

Le ipotesi formulate fin ora affermano che tale rampa fosse dotata di una maggiore inclinazione, utile a risparmiare spazio e tempo, così da consentire agli operai di usate corde e carrucole lungo i fianchi dei blocchi, mentre altri sulla rampa potevano tirare e spingere. 

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il bacio: dall’Italia ebbe inizio il ”periodo aureo” di Klimt

Due passionali amanti si stringono nel momento di un bacio intenso. L’uomo tiene la testa dell’amata con estrema dolcezza, protendendosi verso di lei in segno protettivo.

Il bacio è uno dei più celebri dipinti dell’artista austriaco Gustav Klimt. Si tratta di un olio su tela di 180 x 180 cm. Attualmente l’opera è conservata presso l’Österreichische Galerie Belvedere di Vienna.

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Il bacio di Gustav Klimt (1907-08)

I due amanti indossano entrambi delle vesti mosaicate, che enfatizzano l’obiettivo professato da Klimt; ovvero quello di celebrare la forza dell’eros.

Tecnica utilizzata:

L’opera è caratterizzata dall’uso significativo del color oro. Una tecnica che non può non riportare alla memoria quella utilizzata per la realizzazione dei mosaici bizantini. Del resto, lo stesso pittore austriaco poté ammirare tale soluzione stilistica in seguito ad un viaggio compiuto a Ravenna nel 1903 (circa quattro anni prima di dedicarsi a Il bacio).

Con il nome di periodo aureo, infatti, si tenda ad indicare la fase in cui Klimt decise di impegnarsi nella produzione di quadri con l’utilizzo del color oro. Tale scelta portò conseguentemente alla perdita della profondità spaziale visiva nel dipinto.

Gustav Klimt
(Baumgarten, 14 luglio 1862 – Vienna, 6 febbraio 1918)
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Giuditta II (1909)

Gustav Klimt e la fine del periodo aureo:

Il periodo aureo si concluse nel 1909 con l’esecuzione di Giuditta II, seconda raffigurazione dell’eroina ebrea che liberò la propria città dalla dominazione assira: l’opera, caratterizzata da cromie più scure e forti, darà infatti avvio al cosiddetto periodo maturo dell’artista.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Giovanna d’Arco, l’eroina francese beatificata dalla Chiesa cattolica

Giovanna d’Arco è nota come celebre eroina della storia francese. Il suo riconoscimento però è divenuto internazionale, tanto da ricevere la santificazione dalla Chiesa cattolica.

A lei va il merito di aver riunito parte dei territori dello Stato francese caduti in mano agli inglesi durante la guerra dei cent’anni.

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Giovanna d’Arco (Domrémy, 6 gennaio 1412 – Rouen, 30 maggio 1431).

Fu proprio la predetta guerra (1337 – 1453) a conferire visibilità alla donna, che con le sue gesta viene considerata indiscutibilmente una delle figure simbolo della Francia.

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Copertina di un noto film ispirato alla vita di Giovanna d’Arco

Le voci celestiali:

Giovanna nacque da una famiglia di contadini della Lorena. Da giovane, risultava essere una ragazza molto devota e caritatevole.
All’età di tredici anni iniziarono a verificarsi degli episodi al quanto insoliti. Ella, infatti, iniziò ad udire delle voci celestiali e ad avere delle visioni dell’arcangelo Michele, di santa Caterina e di santa Margherita. Furono questi episodi ad illuminare la giovane, e a spingerla nella lotta per difendere il suo popolo.

La morte:

La sua vita terminò in seguito alla catturata da parte dei Borgognoni, che la vendettero agli inglesi. Questi ultimi prima la processarono per eresia, e poi il 30 maggio 1431 la condannarono al rogo, ardendola viva.

Successivamente, nel 1456 il pontefice Callisto III dichiarò nullo il medesimo processo.

Giovanna d’Arco fu beatificata nel 1909 da Pio X e canonizzata nel 1920 da Benedetto XV.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Craco: la città fantasma che appare come una scultura medievale

Craco è un borgo italiano situato in provincia di Matera, nel cuore della Basilicata, che attualmente conta circa 700 abitanti.

Esso si erge maestoso e affascinante su una collina di roccia biancastra, e appare come una scultura di origini medievali circondata dai calachi (profondi solchi nel terreno che si trovano lungo il fianco di un monte o di una collina).

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Craco vista dall’alto

Oggi la visione che ci appare è quella di una realtà senza tempo, una città fantasma, uno dei posti più sconvolgenti della terra lucana.

Il piccolo comune è diventato un borgo fantasma dopo la disastrosa frana del 1963, che costrinse la popolazione locale ad abbandonare il luogo per rifugiarsi a valle, nel nuovo comune chiamato Craco Peschiera.

Fu un cedimento lento, che poteva essere fermato costruendo dei terrazzamenti alberati, ma i tecnici del posto decisero di costruire solo due grossi muri di contenimento che non ressero. Negli anni Settanta gli abitanti furono, quindi, costretti a lasciare definitivamente le loro case trasferendosi nella nuova Craco.

Del vecchio paese resta solo uno scenario di bellezza antica e senza tempo, con le case in pietra che si ergono sulla roccia e tra di esse spicca la torre normanna, dominante rispetto all’antico borgo.

Una parte del borgo medievale

Chi decide di intraprendere un viaggio a Craco può risalire dalle aride zone calanchive e muoversi lungo le rovine del centro abitato, per poi seguire gli itinerari che si aprono tra le colline di argilla. In questo modo sarà possibile ammirare la valle che circonda il borgo come un abbraccio.

All’interno sembrerà quasi di sentire le voci della gente che ci ha vissuto, il suono del campanile della chiesa, arrivando a percepire tutta la sua storia.

Questo magico scenario ha fatto innamorare anche grandi registi, come Pier Paolo Pasolini e Mel Gibson (rispettivamente con i film Vangelo secondo Matteo e La Passione di Cristo), che hanno deciso di ambientarci delle loro pellicole.

Scena tratta dal film La Passione di Cristo

Si narra che Craco in principio venisse chiamato Monte d’Oro, ma in realtà il suo nome risale al 1060, periodo dell’insediamento bizantino, quando fu chiamato dall’arcivescovo Arnaldo di Tricarico con il nome di Graculum (piccolo campo arato).

Il piccolo centro della provincia materana fino agli anni Sessanta infatti era considerato il paese del grano. Con le dominazioni successive, normanne e sveve, divenne un importante centro militare (soprattutto durante il regno di Federico II), grazie alla sua posizione strategica tra le valli fluviali del Cavone e dell’Agri.

Grande importanza rivestiva la sua torre normanna, che, insieme ad altre fortificazioni della zona, era parte di una rete di torri di avvistamento fondamentali per garantire la sicurezza della zona circostante.

La torre normanna a Craco

Su di una rupe è situato il castello, costruito nel XIII secolo, che conserva ancora oggi l’originale portale d’ingresso e la torre con splendide finestre. Visitando il borgo si posso ammirare i resti, risalenti al XV secolo, di quattro palazzi nobiliari, oltre al convento dedicato a San Pietro (caratterizzato da un interno a due navate, un altare barocco e una tela del 1600), la Chiesa di San Vincenzo (al cui interno è custodita la statua del Santo) e la Chiesa di San Nicola (con i suoi altari barocchi in marmi policromi).

Una leggenda narra che San Vincenzo e San Maurizio passarono da Craco durante il viaggio di ritorno dalle crociate.

Come visitare Craco?

L’accesso alla città fantasma è possibile solo attraverso una prenotazione presso la Mediateca comunale, in seguito a cui viene rilasciata una special card che permette di seguire un percorso attraverso una visita guidata. Si percorrerà un itinerario messo in sicurezza, che consentirà di visitare il corso più importante del paese fino a raggiungere i resti della piazza principale e il nucleo del borgo fantasma. Ad oggi è possibile ammirare solo una parte del borgo, anche se sono in corso i lavori di recupero di una parte delle rovine.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Voyage dans la Lune: Georges Méliès e la magia nel cinema

Considerato come il secondo padre del cinema, dopo i fratelli Lumière, Georges Méliès (Parigi, 8
Dicembre 1861- Parigi, 21 Gennaio 1938) è stato un regista cinematografico, attore ed illusionista francese.

Georges Méliès

Il mondo magico fu per Méliès un tema assai caro, che egli propose in un primo interessante periodo presso il Teatro Robert-Houdin a Parigi, durante la sua esperienza come prestigiatore ed illusionista.

Il 28 Dicembre 1895, l’artista ebbe modo di assistere alla prima rappresentazione cinematografica dei fratelli Lumière.
Ne rimase colpito a tal punto che, negatagli la possibilità di acquistare il cinématographe direttamente dai suoi inventori, ne fece costruire una copia dal suo ingegnere.

Il nuovo apparecchio gli permise di tramutare i trucchi del suo mestiere in veri e propri film, dando vita, inconsapevolmente, al cinema fantastico e fantascientifico. La sua costante ricerca di una realtà alternativa, nella quale tutto ciò in cui credeva si stava
realizzando mediante il cinema, continuò imperterrita attraverso varie innovazioni che si devono indiscutibilmente a lui.


In particolar modo è a Méliès che si riconosce la nascita del montaggio cinematografico, il quale fu arricchito da tecniche innovative quali l’esposizione multipla, la dissolvenza e l’utilizzo degli effetti speciali. Il tutto fu elevato all’ennesima potenza dall’introduzione del colore, dipinto pazientemente a mano sulla pellicola stessa.

Uno dei suoi film più noti, Voyage dans la Lune (1902), ispirato ai romanzi di Jules Verne e H. G Wells, è considerato uno dei più grandi capolavori del cinema ai suoi esordi. Il viaggio sulla Luna si rivela un’esperienza unica nell’immaginario collettivo di inizio ‘900.


La trama in breve:

Un congresso di astronomi decide, in seguito ad una votazione, di lanciarsi con una navicella spaziale sulla Luna, schiantandosi proprio nel suo occhio.
Immediatamente, essi danno inizio alla loro avventura, perlustrando il misterioso territorio. Si tratta di una delle prime aspettative così ben delineate di un allunaggio, pertanto l’autore si lasciò totalmente trasportare dalla fantasia.

Ben presto, i protagonisti avranno uno spiacevole incontro con i Seleniti che li cattureranno per condurli dal loro Re, il quale è rappresentato come un mostro con delle chele al posto delle mani, seduto su un magnifico trono, accompagnato dalle sette donne-stelle dell’Orsa.
Grazie al coraggio del Presidente, il gruppo di astronomi riesce a liberarsi e a scappare sulla navicella che verrà fatta “precipitare” sulla Terra, secondo la legge di gravità. Tuttavia, nel trambusto generale un Selenita riesce ad intrufolarsi a bordo, partecipando ad i festeggiamenti che concludono l’impresa.

Il film si svolge in diciassette quadri, disposti in quindici minuti. All’inizio ed alla fine del film, Méliès, coinvolge sistematicamente lo spettatore con la figura delle ballerine, che nel primo quadro danzano per inaugurare la spedizione e, nell’ultimo, per festeggiare una simile esperienza.
A seguire, viene presentata la conferenza nella quale sarà discusso il progetto e la realizzazione della navicella spaziale. Il terzo quadro propone una romantica vista della città di Parigi avvolta dai fumi. Si tratta, però, di un dipinto ben curato.
In seguito all’imbarco ed al lancio, mostrati rispettivamente nei quadri quarto e quinto, viene finalmente proposta la scena emblematica del film: lo schianto sulla Luna. Nei quadri precedenti vi era stata ancora un’impostazione di tipo teatrale, ma qui compaiono i primi trucchi cinematografici. In particolare, vi è una doppia esposizione con carrello per ingrandire il soggetto, sul quale vi sarà poi un trucco di montaggio per dargli delle sembianze umane.

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Successivamente, il regista dà spazio alle riprese del luogo, attraverso gli occhi dei viaggiatori che giungono sino all’interno della Luna ammirando dei funghi giganti ed un fiume. È qui, nell’ottavo quadro, che avviene il primo incontro con un Selenita. La loro fuga si protrae fino all’undicesimo quadro quando gli astronomi lasciano precipitare la navicella nel mare, osservabile, invece, nel quattordicesimo quadro. Si dà molta importanza
alla descrizione di queste scene, poiché mentre le altre situazioni avvengono “in fretta e in furia”, qui vi è quasi un rallenty di tempo che svanirà solo nel sedicesimo quadro con l’accoglienza degli avventurieri che saranno incoronati dal sindaco.

Il film si conclude con l’inaugurazione di una statua in loro onore, mentre le ballerine manifestano una gioia generale attraverso i festeggiamenti.

“I film hanno il potere di catturare i sogni” (G. Méliès).

E chi, meglio di lui, avrebbe mai potuto inverare sino all’assurdo il sogno di un mondo magico, nel quale la razionalità lascia spazio alla passione?


Angela Cerasino per L’isola di Omero

Santa Sofia a Istanbul, il luogo di culto dedicato alla ”sapienza” di Dio

Santa Sofia è un notissimo luogo di culto della città di Istanbul, dedicato alla Sophia, ovvero la sapienza di Dio.

Dal 537 al 1453 fu cattedrale ortodossa, oltre che sede del Patriarcato di Costantinopoli. Solamente nell’arco di tempo che va dal 1204 al 1261 fu convertita dai crociati come cattedrale cattolica di rito romano.

Successivamente, il 29 maggio 1453 l’edificio divenne moschea ottomana e rimase tale fino al 1931.

Nel 1935 venne sconsacrata per diventare museo.

Santa Sofia all’interno

L’edificio nel corso del tempo ha subito delle modifiche consistenti, tanto che la sua storia parla dell’esistenza di tre strutture differenti:

  1. La prima chiesa era chiamata Grande Chiesa per le sue dimensioni mastodontiche rispetto alle altre della città, presenti al tempo della propria edificazione. Venne dedicata al Logos, ovvero la seconda persona della Santissima Trinità. La distruzione del luogo di culto avvenne in seguito ad un incendio, scoppiato susseguentemente al conflitto tra il Patriarca di Costantinopoli Giovanni Crisostomo e l’imperatrice Elia Eudossia, intorno all’anno 404.
  2. La seconda chiesa, venne costruita per volere di Teodosio II ed inaugurata nel 415. In seguito alla rivolta di Nika del 532 contro Giustiniano, l’edificio andò in distruzione.
  3. Il 23 febbraio 532 l’imperatore Giustiniano I decise di costruire una nuova terza chiesa, che è quella attuale. Gli architetti furono Isidoro di Mileto e Antemio di Tralle.
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Santa Sofia vista dall’esterno

Nel 1935, il primo presidente fondatore della Repubblica di Turchia, Mustafa Kemal Atatürk decise di trasformare Santa Sofia in un museo.

Come operazione stilistica, i tappeti vennero tolti e le decorazioni pavimentali di marmo riapparvero per la prima volta dopo secoli. Tra l’altro, l’intonaco bianco che copriva molti dei mosaici fu rimosso.

In tempi recentissimi, tra la fine degli anni Novanta ed i primi anni del nuovo millennio, la società American Express finanziò il rifacimento della cupola. Operazione mirata a preservare lo stato della struttura interna dai deterioramenti derivanti dalla veneranda età dell’edificio.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il Museo Egizio di Torino: il più importante al mondo dopo quello de Il Cairo

Tra le primissime posizioni delle classifiche che riguardano i musei più visitati in Italia e in Europa vi è il Museo Egizio di Torino. Del resto, dopo quello de Il Cairo, il luogo di cultura piemontese si classifica come il più importante tra quelli che narrano parimenti l’antica storia del popolo egiziano.

Cosa contiene la collezione del museo torinese?

Qui sono presenti più di 37.000 pezzi che coprono il periodo dal paleolitico all’epoca copta. I più importanti sono:

  • la tomba intatta di Kha e Merit
  • il tempio rupestre di Ellesija
  • il Canone Reale, conosciuto come Papiro di Torino
  • la Mensa isiaca (nella foto in basso), che i Savoia ottennero dai Gonzaga nel XVII sec.
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  • la tela funebre, tessuto dipinto proveniente da Gebelein e scoperto nel 1930 da Giulio Farina
  • i rilievi di Djoser
  • le statue delle dee Iside e Sekhmet e quella di Ramses II, scoperte da Vitaliano Donati nel tempio della dea Mut a Karnak
  • il Papiro delle miniere d’oro
  • il sarcofago, il corredo e la pianta in scala della tomba della regina Nefertari
  • la Tomba di Maia, ricostruita nel museo.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La Grande Muraglia Cinese: un’opera senza tempo

Inserita nel 2007 tra le sette meraviglie del mondo moderno, e già nominata dall’UNESCO nel 1987 Patrimonio dell’Umanità, la Grande Muraglia si estende tra le montagne del Nord della Cina, abbracciando Pechino.

Si erge imponente, lunghissima, con una connotazione storica impressionante, attraverso la quale sono fiorite leggende e miti che ancora oggi ne alimentano la bellezza.

Fu edificata più di 2000 anni fa dall’imperatore Qin Shi Huang, primo imperatore della dinastia Qin ( durata dal 221 al 206 a.C.), diventato noto anche come colui che volle il famoso Esercito di terracotta di Xi’an.

La Grande Muraglia nel passato

Conosciuta in Cina con il soprannome di Wanli Changcheng, inizia la sua strada da Hushan nel nord-est del Paese, passando per Pechino, attraversando innumerevoli province.

La Grande Muraglia appare come un enorme drago che si snoda tra le montagne, tra i deserti e tra le colline per una lunghezza totale di circa 21.000 chilometri, nonostante molte parti siano andate distrutte nel corso dei secoli.

E’ considerata un vero e proprio capolavoro dell’architettura difensiva antica, che oggi, con scenari unici e circondata dalla natura, è diventata un simbolo universale del popolo cinese.

Si tratta di un complesso di mura e fortificazioni che comprende tutte le sezioni edificate dai Sette Stati combattenti e da almeno sette dinastie in quindici province diverse. Il suo punto più celebre è Badaling, il quale è raggiungibile facilmente da Pechino.

La Grande Muraglia a Badaling

Perché è stata costruita?

Durante la prima dinastia cinese, le già preesistenti mura settentrionali furono unite e collegate per difendersi dall’invasione dei popoli nomadi del nord.

Fu ad opera dei successori, la dinastia Han (durata dal 206 a.C. al 220 d. C.), che la costruzione si estese ulteriormente fino alle regioni Nord occidentali con l’obiettivo di proteggere la Via della Seta (la rotta commerciale via terra più significativa della storia che ha connesso l’Est e l’Ovest, attraversando Stati e territori profondamente diversi tra loro). Mentre, durante la dinastia Ming (dal 1368 al 1644), furono aggiunti alla costruzione cannoni e torri di avvistamento.

Se si vuole trovare il punto di partenza e la fine di questa costruzione, si deve prender nota che ad Occidente, intorno a Jiayuguan, sorgono i resti della prima torre, mentre ad Est la Grande Muraglia si tuffa letteralmente nel mare, vicino a Shanhaiguan; nei pressi del Golfo di Bohai, infine, la ‘vecchia testa di drago’ rappresenta il punto finale della costruzione.

La testa del drago, la fine est dove la Grande Muraglia incontra il mare vicino a Shanhaiguan

Curiosità

Contrariamente alla credenza comune, la Muraglia cinese non può essere avvistata dallo spazio ad occhio nudo, poiché, anche se è lunga migliaia di chilometri è larga meno di dieci, quindi è visibile solo attraverso un telescopio.

E’ stata anche definita come il cimitero più lungo della Terra, poiché gli archeologi hanno trovato sotto alle mura numerosi resti umani, che si pensa appartenessero ai contadini, ai prigionieri e ai soldati che parteciparono alla sua costruzione.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero