2 giugno, la Festa della Repubblica: dall’Italia del ’46 a quella attuale

La Festa della Repubblica Italiana è una giornata celebrativa nazionale istituita per ricordare la nascita della Repubblica Italiana. Si festeggia ogni anno il 2 giugno, data del referendum istituzionale del 1946.

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Alcide De Gasperi (3 aprile 1881, Pieve Tesino – 19 agosto 1954, Borgo Valsugana): uno dei politici italiani più rilevanti durante il periodo del referendum del 1946.

La predetta consultazione popolare coinvolse tutti i cittadini italiani, che furono chiamati a scegliere tra la repubblica e la monarchia.

I risultati vennero proclamati dalla Corte di cassazione il 10 giugno 1946: 12 717 923 cittadini risultarono favorevoli alla repubblica, mentre 10 719284 italiani invece preferirono la monarchia. Si trattò di un cambiamento epocale per il Paese, susseguente al terribile periodo fascista, e che tutt’ora segna l’organizzazione dello Stato.

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I giornali che annunciano la vittoria della repubblica.

Adesso con Salvini…e non solo

Le recenti elezioni europee del 26 maggio hanno premiato indiscutibilmente il partito del Ministro dell’Interno Matteo Salvini. La LEGA ha raggiunto il 34 % dei consensi, affermandosi anche al sud Italia, dato inimmaginabile solo fino a qualche anno fa.

Dall’esito delle consultazioni elettorali, ma anche dall’andamento politico degli ultimi decenni ed in particolare degli ultimi anni, emergono diverse considerazioni da porre, e che riguardano l’intero sistema Paese.

Da sinistra verso destra, alcuni dei politici italiano che hanno segnato gli ultimissimi anni: Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Matteo Renzi, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista.

Com’è cambiata l’Italia a 73 anni dal referendum del ’46?

  1. Si è capito, senza paura d’esser smentiti, che il cittadino italiano medio tende a non offrire un naturale sostegno verso iniziative di governo che siano ”collettive e partecipate”, ma, invece, spesso sono i personaggi forti e carismatici che simboleggiano quell’immaginario di uomo solo al comando ad avere la meglio. Lo si è intuito diverse volte nel corso degli anni con i vari Craxi, Berlusconi e persino Renzi. Soggetti che, per quanto divisivi, hanno mostrato un certo carisma, capace di muovere consensi a volte plebiscitari. Salvini, attualmente, sembrerebbe non essere da meno.
  2. Rispetto al’46, con tutte le dovute considerazioni riguardanti i cambiamenti sociali dei vari decenni, l’Italia ora sembra essere un Paese meno proteso verso un’evoluzione del concetto di inclusione sociale. Bisogna ricordare che 73 anni fa la scelta tra monarchia e repubblica coinvolse per la prima volta anche le donne. Un cambiamento che adesso ci sembra scontato, ma che così non è. In questi ultimi anni, invece, la paura del futuro e dell’incertezza ha senz’altro tappato le ali ad iniziative che favoriscano il progresso sociale. Basta pensare ai vari dibattiti come lo ius soli, che viene erroneamente confuso con le tematiche dell’immigrazione; o, per esempio, ai diritti da garantire alle coppie di fatto composte da persone dello stesso sesso. Metaforicamente: Ci sara un 2 giugno del ’46 anche per loro?
  3. Qualsiasi misura venga adottata in ogni ambito sembra non bastare per fare da diga ed arginare le problematiche in materia fiscale, di prospettive lavorative, sociali ecc. Il reddito di cittadinanza, per esempio, non appare ad oggi come il metodo giusto per aiutare ”tutti” i bisognosi ed incentivare i consumi.
  4. L’Italia sembra produrre poco. Le Piccole e Medie Imprese, motore della tradizione targata Made In Italy, non sono state sufficientemente aiutate nel corso degli anni. Non si riesce pienamente a comprendere questo fattore, o quanto meno a rendere concrete delle misure per favorire uno sviluppo di cui tutti beneficeremmo.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Reggia di Caserta: dall’espropriazione ai Borboni alla Restaurazione

Il Re Ferdinando IV di Napoli decise di utilizzare la Reggia di Caserta come residenza di caccia, in conseguenza all’episodio dell’eruzione del Vesuvio avvenuta nel 1767. In seguito a tale avvenimento, infatti, decise di lasciare Palazzo Reale di Portici.

Per questo motivo, la moglie Maria Carolina prese iniziativa sulla decorazione a suo gusto personale.

Lo scalone interno della Reggia

Nell’anno 1799, con la proclamazione della Repubblica Partenopea, il palazzo venne espropriato insieme alle altre proprietà della corona. La famiglia reale chiese subito il sostegno degli altri regnanti europei per cercare di arginare i moti rivoluzionari che si erano profilati nel Regno di Napoli.

In seguito a tali sconvolgimenti, l’edificio non subì danni ingenti, ma venne depredato di gran parte del prezioso mobilio interno. Per fortuna alcuni pezzi vennero recuperati in seguito alla successiva Restaurazione. Fu la stessa regina Maria Carolina a fornire un contributo importante affinché la struttura potesse essere preservata e mantenuta come appare attualmente ai nostri occhi.

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Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, moglie di Ferdinando IV di Borbone

Successivamente: dall’avvento di Napoleone al Congresso di Vienna

In epoca napoleonica, Bonaparte concesse la corona al fratello Giuseppe, che però dovette recarsi in Spagna dopo le conquiste del 1808. Gioacchino Murat prese il suo posto a Napoli, ed è notoria la sua predilezione per la Reggia di Caserta, dove costruì un appartamento di stile impero.

Dopo il Congresso di Vienna del 1815 venne restaurata la monarchia borbonica e il Palazzo poté ritornare agli stessi usi e agli stessi padroni d’un tempo.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Indiani d’America: dal genocidio all’ambiguità attuale

Chi sono i Nativi Americani, anche conosciuti come Indiani d’America?

Con questi termini vengono chiamati gli individui facenti parte delle tribù e dei gruppi etnici riconosciuti dalle istituzioni, che discendono dai primi abitanti del continente americano. Molti indios, infatti, sopravvivono al giorno d’oggi mantenendo le proprie visioni culturali e le specifiche identità. Solo negli Stati Uniti si contano più di 500 tribù.

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Cosa si intende per ”genocidio” ?

Con il termine genocidio dei nativi americani si intende il loro sterminio ed il calo demografico che li ha riguardati, avvenuto in seguito all’arrivo progressivo degli europei nel continente americano tra il XV e il XIX sec.

Quali sono stati i motivi del genocidio?

Furono diversi i motivi che portarono agli scontri tra nativi ed europei, anche se la principale causa è riconducibile all’obiettivo di impossessarsi delle terre e delle ricchezze degli indios. Molto frequentemente gli invasori giustificavano in maniera ideologica le guerre, senza pensare troppo alle conseguenze che tali conflitti avrebbero portato.

In che condizioni si trovano gli indiani oggi?

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Il presidente USA J.F. Kennedy con dei Nativi Americani

La maggior parte degli indiani conduce attualmente una vita molto misera e semplice, nel più completo isolamento. Essi tutt’oggi sono ancora molto orgogliosi delle loro tradizioni e dei patrimoni culturali delle tribù a cui appartengono. Spesso, infatti, non vogliono avere un contatto stretto con la civiltà bianca, ed un numero folto è relegato o forse meglio dire ”stipato” nelle riserve naturali in piena separazione con il resto della civiltà.

Molti di loro, però, capiscono che i propri standard di vita devono essere migliorati. Negli USA, senza rinunciare alle proprie tipicità, si sono organizzati in consigli per cercare di aiutare il governo federale a creare nel corso degli anni, programmi di educazione, di servizi sanitari, di formazione professionale,  pianificazione delle risorse e di credito finanziario che li aiuterà a risolvere i vari problemi che li hanno afflitti per moltissimi anni.

Alcuni di loro, tra l’altro, sono riusciti a migliorare il tenore di vita sfruttando le fonti naturali della terra come il petrolio.

In Canada vivono circa 300.000 indios. Per questo il governo ha istituito dei programmi che hanno previsto l’integrazione di centinaia di loro nelle città come manovalanza.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il bacio di Hayez: l’incontro di passioni e misteri

In tutto il suo spettacolare lirismo poetico, Il bacio, del pittore italiano Francesco Hayez (Venezia, 1791- Milano, 1882) si impone come autentico manifesto dell’arte romantica italiana.

L’opera presenta, apparentemente, la passione di un fuggevole bacio fra due innamorati. L’ambientazione è quella tipica medievale, come si può ben cogliere dai costumi dei personaggi e, non meno, dall’interno del castello che in un solo quadro racchiude una serie di peculiarità.

Innanzitutto, alla destra dei due amanti, vi sono tre scalini che lasciano intendere una soluzione negativa o, quanto meno, presagiscono l’interruzione del momento romantico. Allo stesso modo, la loro sinistra è occupata da una colonna che anticipa un arco gotico. La scena, dunque, non appare affatto chiusa, al contrario essa annuncia una sorta di fuga.

Fra i due personaggi, però, sembra essere l’uomo a percepire questo attivismo, poiché caratterizzato da una flessibilità che si coglie sia dalla sua postura (la gamba poggiata sul primo scalino), sia dal modo con cui trattiene il viso della donna in questo intenso bacio.

Al contrario, il corpo dell’amata è completamente assuefatto dalla situazione. Essa si lascia travolgere completamente, mostrandosi in tutta la sua arrendevolezza.

A porsi in contrasto con la sensualità dei corpi avvinghiati, è anche la presenza di un pugnale che si intravede grazie al movimento dell’uomo. Ciò potrebbe voler annunciare una dipartita, pertanto il bacio diviene angoscioso e drammatico.

Nonostante, come precedentemente annunciato, vi siano due punti di fuga, l’uomo sembra prediligere quello alla loro destra, dove vi sono i tre scalini posti in una struttura diagonale rispetto ai corpi.

Prescindendo lo schema geometrico e prospettico, una fuga a sinistra non rassicurerebbe neppure lo spettatore, poiché si intravede una misteriosa ombra sul fondo dell’arco. Vi sono state molteplici interpretazioni che, tuttavia, non sono state utili a spiegare di chi sia questa fantomatica ombra. Pare, comunque, si tratti dell’ombra di una domestica.

Dunque, dopo un primo veloce sguardo, la scena appare sensuale e passionale, mentre, mediante un’analisi più attenta, il dipinto si mostra più cupo.

Molto felice è, invece, il cromatismo del dipinto, caratterizzato dal rosso/ marrone degli abiti di lui e dal celeste di quello di lei, che spiccano fra i colori tenui delle mura. Si può affermare sia frutto dell’eredità di Giorgione e Tiziano Vecellio.

L’opera, però, non si limita a ciò, poiché sottintende degli aspetti cruciali di un periodo contrassegnato da ideali nazionalistici – patriottici, in virtù dei quali molti hanno potuto vedere il riflesso di un’Italia unita che vi sarà a breve.

Il grande capolavoro di Hayez è oggi conservato presso la Pinacoteca di Brera, la quale gli conferisce sempre la luce perfetta per la contemplazione e uno spazio adatto per sognare, seppur con qualche titubanza, un lieto fine.

Angela Cerasino per L’isola di Omero

La rubrica del Borgo: Mostar, la città balcanica dalla doppia anima

La bellissima Mostar si trova nella valle del fiume Neretva, adagiata tra le montagne brulle della Erzegovina, di cui rappresenta la capitale virtuale.

E’ caratterizzata da numerosi ponti, torri, splendide moschee del XVI secolo, bagni turchi, edifici risalenti all’Impero Austro-Ungarico e numerose botteghe artigiane. Deve il suo nome ai custodi del ponte, definiti Mostari, e ad oggi, è abitata da circa 110.000 persone.

E’ una città multi-etnica, un vero mosaico di popoli e culture, e rappresenta (insieme a Sarajevo) il punto di unione tra il mondo orientale e quello occidentale.

Mostar è una città dalla doppia anima, poiché da un lato mostra i segni della devastazione subita a causa della guerra dei Balcani, dall’altro si mostra fiera della sua rinascita dopo la ricostruzione.

La città, divisa in due dal fiume, è stata per anni contesa tra croati e bosniaci, e solo nel 1996 la libera circolazione tra le due sponde fu ristabilita. Soggetta a lunghi assedi e bombardamenti negli anni ’90 dalle truppe federali jugoslave, supportate dall’esercito serbo-bosniaco, è stata oggi in buona parte ricostruita.

Nel 2004 il ponte più famoso della città, lo Stari Most (Ponte Vecchio), e la città vecchia sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

Lo Stari Most e la sua distruzione

Il celebre ponte è il più famoso di tutti i Balcani, e fu costruito nel 1565 sotto la dominazione dell’Impero Ottomano. Si tratta di un ponte di pietra caratterizzato da una campata unica di quasi 29 metri e da una stretta curvatura al centro, che denota una forma snella ed elegante. E’ stato edificato con una varietà di pietra locale, la tehelija, che cambia tonalità in base all’intensità dei raggi solari.

Adiacenti ad esso troviamo anche le due torri fortificate, tra cui la Torre Tara, che si trova sulla sponda sinistra del fiume e che oggi ospita il circolo dei tuffatori.

Tra i numerosi ponti ricostruiti in seguito al tremendo e sanguinoso conflitto del 1993, troviamo il ponte Musala (ponte di Tito), il ponte Storto (Kriva Cuprija), il ponte Lucki e il ponte Carinski (ponte dell’Imperatore).

Il ponte Storto

Kujundziluk, invece, è la via più pittoresca della città. La possiamo ammirare sulla sponda orientale del fiume da cui si intravedono le tipiche casette di pietra; essa ospita botteghe, locande e negozi di souvenir.

Giunti al termine della via ci si trova davanti a Brace Frejica, l’antica via commerciale di Mostar.

L’ingresso di Brace Frejica

Percorrendola possiamo notare sia la parte della città in cui si trovano gli edifici che testimoniano i segni dei bombardamenti del passato, sia locali moderni e bar, oltre a due moschee cittadine. In fondo alla via si arriva poi al cuore asburgico della città, dove si può visitare Palazzo Metropolitan (con il suo stile neobarocco, risalente al 1908), e alcune residenze turche (antiche dimore eleganti e ben conservate).

Mostar è dotata di un incredibile fascino culturale ed architettonico. Da vedere in città sono anche la via Bajatova, una scalinata lunga due chilomentri, la cattedrale cattolica, la Franjevacka, ovvero la Chiesa con il campanile più alto della Bosnia ed Ergegovina, e un museo. Da ammirare anche sono le sue bellezze naturali, tra cui il Parco Naturale Ruiste, sulla montagna Prenj, la riserva naturale Diva Grabovica e il parco cittadino.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Francisco Goya a San Antonio de la Florida a Madrid: l’armonia degli splendidi affreschi

Francisco Goya (1746-1828) nel 1798 realizzò degli splendidi affreschi nella cappella di San Antonio de la Florida a Madrid

Quest’ultima è una piccola costruzione edificata nel corso degli anni Novanta del Settecento per volere di Carlo IV.

Il progetto edile fu eseguito dall’architetto Filippo Fontana, in una zona allora costituita da parchi e giardini, sostituiti attualmente da numerosi palazzi.

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Volta della cappella di San Antonio de la Florida a Madrid

La realizzazione murale si caratterizza per la folta presenza rappresentativa di splendidi angeli.

Figure soavi, chiare, la cui realizzazione ha segnato un passo differente nella carriera dell’artista rispetto alle opere precedenti.

Alcuni angeli raffigurati da Goya

Precedentemente al 1798, infatti, Goya aveva lavorato esclusivamente per la corte, facendo di tutto, dai ritratti, ai cartoni per gli arazzi. Tali lavori l’avevano reso famoso, soprattutto per le incisioni. 

Con la cappella di San Antonio, si mise in gioco in quanto la commissione non dipendeva né dall’Accademia, né dalla gerarchia ecclesiastica e quindi non vi erano vincoli.
L’unico obbligo prefissato era quello di realizzare un soggetto legato alla vita di sant’Antonio da Padova, titolare della cappella.

La raffigurazione di San Antonio di Goya

Bisogna sottolineare che la devozione di questo Santo era allora, e lo è tutt’ora, molto diffusa nella capitale spagnola per la sua fama di protettore delle donne  in cerca dell’anima gemella.

Francisco Goya si mostra così come un artista in evoluzione. Una figura complessa, di cui spesso si sottovalutano alcuni aspetti, come la parte finale della sua vita.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Alberto Burri: tra le grandi firme del Novecento c’è ”l’artista della materia”

Ai meno informati probabilmente sarà sfuggito che Alberto Burri era un artista laureato in medicina. Un particolare che desta stupore, se si riflette sugli altri grandi pittori e scultori italiani e stranieri del Novecento.

Di solito lo stereotipo dell’artista riconduce l’immaginario collettivo a pensare ad esso come un uomo bohemien, che vive in una realtà tutta sua e poco concreta.

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Alberto Burri (Città di Castello, 12 marzo 1915 – Nizza, 13 febbraio 1995)

Effettivamente anche Burri, come le altre grandissime firme dell’arte, ha passato gran parte della sua vita in solitudine. Egli, infatti, visse in un casolare isolato a pochi chilometri dal Roma, dove poté liberamente dar sfogo alle proprie intuizioni.

Indubbiamente, però, la propria produzione artistica è stata anche legata alla professione medica, in quanto in seguito all’esercizio della stessa vi furono alcuni episodi che ne condizionarono la vita.

Burri rese servizio medico per l’esercito italiano nel periodo della seconda guerra mondiale, durante gli interventi in Africa.

Essendo fascista, venne fatto prigioniero e spedito presso i campi di concentramento americani, precisamente in Texas. Fu qui che l’artista prese coscienza di una realtà produttiva che metteva al centro la composizione dei materiali.

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Alberto Burri durante la lavorazione della plastica

Egli introdusse una novità sconvolgente inserendo delle materie extra pittoriche all’interno dei quadri, come avvenne per la famosa serie dei sacchi.

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Alberto Burri, Sacco IV (1954)

Si tratta di composizioni modellate con delle cuciture e degli strappi. E’ facile pensare che tale novità inizialmente suscitò scandalo.

Successivamente, in particolare dagli anni Sessanta, si concentrò sull’utilizzo della plastica.

Alberto Burri ha così raccontato le strade e le figure di un tempo passato (forse il suo), quelle che lui ha deciso talvolta di odiare ed altre volte di amare.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Sintra, la località portoghese che ospita la tenuta del mistero

Sintra è una meravigliosa cittadina portoghese situata tra le colline della Serra de Sintra. Nascosti tra queste alture ricoperte di pini, spuntano ville lussuose e palazzi stravaganti.

Infatti, non distante dal suo centro storico, a pochi chilometri a nord-ovest da Lisbona troviamo il palazzo Quinta da Regaleira, dichiarato Patrimonio dell’Unesco nel 1995. È collocato in una tenuta di quattro ettari, che comprende anche grotte, giardini bellissimi con laghetti e fontane e due pozzi a spirale che si sviluppano nel sottosuolo.

Il palazzo Quinta da Regaleira

Fra passato e presente, tra leggende ed esoterismo, le particolari strutture della tenuta sono legate a riti di iniziazione segreti, probabilmente di origine massonica.

L’ incredibile palazzo che si trova all’interno ha uno stile architettonico fra il romantico, il tardo gotico, il rinascimentale e il manueliano (tardo-gotico portoghese). È  l’edificio principale ed è composto da cinque piani e da una facciata particolare con balconi, finestre, guglie, capitelli e una torre ottagonale (il mondo massonico attribuiva un significato particolare a questo numero); all’interno vi è anche una biblioteca ed un laboratorio alchemico.

Oltre al sontuoso palazzo possiamo ammirare anche la Cappella della Santissima Trinità, realizzata in stile manueliano con pietra bianca, e decorata all’interno con un mosaico dell’Incoronazione della Vergine (il cui abito riporta i colori bianco, rosso e blu, un chiaro riferimento all’alchemia). Le finestre hanno vetrate colorate che rappresentano la storia della Madre di Cristo, la nascita di Cristo e una serie di angeli posti attorno ad un triangolo (la forma geometrica preferita dai Cavalieri Templari).

La Cappella della Santissima Trinità

All’interno della tenuta ritroviamo anche la fontana dell’Abbondanza, la fontana dell’Ibis e la torre circolare da cui si gode del panorama dell’intera tenuta e della città.

Tra le varie grotte presenti, quella più famosa è la grotta di Leda, chiamata così per via della presenza della scultura della fanciulla all’ingresso. La leggenda narra che Zeus, innamoratosi di Leda, si trasformò in un bellissimo cigno per stare con lei.

L’ingresso della grotta di Leda

Ma la parte più misteriosa ed enigmatica della tenuta è l’area verde, dove si dirama un labirinto di tunnel, che convergono in due pozzi a spirale, denominati anche le Torri Invertite.

Il primo è il pozzo Iniziatico, formato da nove livelli, che richiamerebbero la Divina Commedia di Dante Alighieri, in particolare i nove gironi dell’Inferno, così come le nove sezioni del Purgatorio e i nove livelli del Paradiso. Sul fondo è anche visibile una bussola con l’effige della Croce dei Templari. I riti di iniziazione che vi si compivano prevedevano la discesa e la risalita della scala a spirale, metafora di morte e rinascita.

Il pozzo Iniziatico

Il secondo è il pozzo Incompiuto, composto da un’unica scala dritta che funge da collegamento tra i due pozzi tramite alcune gallerie. Il legame con la massoneria sarebbe testimoniato dal numero dei gradini che compongono la scalinata.

La tenuta è, quindi, un vero punto di incontro fra la realtà e l’esoterismo che domina un luogo circondato dalla natura

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Pechino: i luoghi simbolo dell’antichissima metropoli

Pechino è una delle città più affascinanti del mondo. Programmarvi un viaggio, per molte persone, può essere il sogno di una vita.

Spostarsi da un posto ad un altro della metropoli può risultare impegnativo in termini di tempo da impiegare. Per questo è conveniente sapere anticipatamente dove sarebbe bello recarsi per ammirare dei luoghi simbolici.

Scopriamo insieme quali sono le mete principali da non perdere una volta recatisi presso l’importante capitale cinese.

  • La Città Proibita: situata nel cuore di Pechino, ospitò 24 imperatori delle dinastie Ming e Qing. E’ circondata da una cinta muraria alta dieci metri, ha una circonferenza di circa tremila metri con delle torri ai quattro angoli, e da un fossato.
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La città proibita di Pechino
  • Palazzo d’Estate: è il giardino imperiale più grande e meglio conservato di tutta la Cina;
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Palazzo d’Estate a Pechino
  • Piazza Tienanmen: è una maestosa piazza nel cuore della Città, vista come il cuore simbolico della Nazione.
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Piazza Tienanmen (Pechino)

Simona Lamarmora & Cosimo Guarini per L’sola di Omero

Il figlio dell’uomo di René Magritte: l’umorista surrealista

Tra le personalità più importanti del Novecento rientra quasi sicuramente René Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967). Facilmente riconoscibile per le sue opere emblematiche, spesso composizioni di giochi di parole e immagini, trasforma l’arte come un mero gioco di associazione.

A dire il vero, dietro a questi costrutti evocativi si nasconde un importante messaggio, ossia: liberare la mente dai costrutti creati dall’uomo e trasformare le emozioni negative in convenzioni positive e spesso ironiche, abbandonando i limiti imposti dalla stessa ragione umana. Elogiando quindi, la fantasia scaturendo emozioni di sorpresa, riflessione e stupore.

Tra le opere che più riassumono questa poetica dell’artista vi è Il figlio dell’uomo, del 1964 (nell’immagine sottostante).

Il soggetto è un autoritratto di Magritte, vestito di un abito scuro, abbinato a una bombetta, del quale non si vede il volto poiché nascosto da una mela verde.

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La mela verde nelle opere dell’artista belga ritorna spesso: ecco, infatti, che laddove s’ingrandisce, altrove si trasforma in una maschera. Nel caso di questo dipinto, la mela è un mezzo di contrasto tra l’uomo e la sua sete di ricercare un qualcosa di visibile al di là della mela stessa

Considerando la teatralità di Magritte, non dobbiamo soffermarci all’immagine raffigurata, lì dove, l’uomo non appare perché ha un volto, sempre visibile, ma andare oltre, nell’antro psicologico umano, parte inafferrabile della sua vera identità.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero